PALAU (OT): LESVOS

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Lesbos, Greece Oct. 18, 2015. A mother and child wrapped in an emergency blanket after disembarking on the beach of Kayia, on the north of the Greek island of Lesbos.

di Alessandro Penso
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“Quando stavo lavorando insieme al fotografo Santi Palacios, abbiamo visto che alcune delle coppie che stavano arrivando piangevano. Ci siamo avvicinati a loro, erano afgani, e abbiamo potuto constatare che  il loro bambino era deceduto durante la traversata”.

Il fotografo Alessandro Penso, considerato uno dei più importanti fotoreporter italiani contemporanei e vincitore del World Press Photo 2014  nella categoria ‘General News’, è il protagonista a Palau (Sardegna) della sezione fotografica del Festival internazionale Isole che Parlano, manifestazione che ha ospitato, tra gli altri, Mario Dondero, Cristina Garcia Rodero, Letizia Battaglia, Romano Cagnoni, Francesco Cito, Mattia Insolera. Nello spazio espositivo del  Centro di Documentazione del Territorio, verrà esposta la mostra fotografica Lesvos, reportage di 40 immagini che documenta il dramma dei rifugiati nell’avanposto greco.

La mostra, organizzata in collaborazione tra l’associazione Sarditudine e Ogros Fotografi Associati,  verrà inaugurata l’8 settembre alle 21.30 con un incontro con l’autore intitolato ‘Riflessioni sull’etica di un mestiere’ e sarà  aperta fino al 30 settembre.  Lesvos è un’isola fino a poco tempo fa a noi pressoché sconosciuta, arrivata alla ribalta della cronaca della vita europea per l’immane tragedia in cui è stata coinvolta. Secondo l’UNHCR, nel  2015 sono arrivati in Grecia via mare circa 850.000 rifugiati. Di questi compresi i bambini, circa 500.000 sono sbarcati sull’isola di Lesvos, avamposto a otto miglia nautiche dalla costa della Turchia. Pur rappresentando il cuore nevralgico dei flussi migratori, Lesvos non è preparata a supportare una pressione antropica di questo tipo e non ha nulla da offrire ai rifugiati, principalmente siriani, afghani e iracheni, richiedenti asilo e ai migranti arrivati lì. Una volta raggiunte le spiagge d’Europa, i profughi proseguono il loro lungo viaggio attraverso l’interno montuoso dell’isola, odissea seguita da giorni e notti trascorse nei campi profughi affollati, dove mancano le condizioni di prima accoglienza. Non è assicurato un posto in una tenda e vengono meno le condizioni di base per la ricezione come i servizi igienici e le docce. È in questi inadeguati e mal gestiti campi di accoglienza che i rifugiati devono aspettare per periodi relativamente lunghi, al fine di ottenere la registrazione necessaria per proseguire legalmente il loro viaggio attraverso la Grecia e continuare a credere nel miraggio della speranza offerto dalla fortezza Europa. I migranti arrivati nella zona nord dell’isola, la parte maggiormente esposta alla migrazione, sono costretti a proseguire a piedi per 50 km, fino ad arrivare nell’area del porto della città, dove li attende una lunghissima fila per la richiesta dei documenti e dove la polizia decide se accettare o meno la richiesta di asilo. Alessandro Penso evidenzia le restrizioni che hanno limitato il suo lavoro di reporter nell’isola di Lesvos “la polizia mi faceva aspettare in macchina, mi allontanavano dalla spiaggia, pur trattandosi di aree pubbliche”. Dall’altro lato il fotografo denuncia che la polizia costiera distruggeva le barche che arrivavano ed ometteva il soccorso ai rifugiati, lasciandoli morire. Il fotografo, vincitore del Magnum Foundation Emergency Found, segnala che uno dei principali problemi in Europa è il regolamento di Dublino ed evidenzia che, nel 2011, il 99,5% delle richieste di asilo sono state respinte dalla Grecia. Questo ha fatto si che i rifugiati si siano trovati in più casi a interrompere il loro viaggio in una nuova forma di prigionia, ossia nei CIE: “La Grecia è l’unico paese che detiene i migranti nei centri per 24 giorni, una violazione del diritto europeo che prevede come tempo limite 18 mesi”.

Con il governo di Tspiras si è registrata la chiusura di diversi centri e si è iniziato a permettere il transito dei profughi ma senza alcuna pianificazione. Il fotografo evidenzia il ruolo negativo dei mass-media nella vicenda e li cita tra i principali responsabili della perdita di empatia ed umanità da parte dei cittadini. La paura, ancora una volta, si mostra come lo strumento più efficace per strumentalizzare, convincere la gente ed eliminare la capacità di pensare e riflettere sul dramma che stiamo vivendo.

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