FOTOSCOPIA. PERSONALE DI ALESSANDRA CALO’ A CHIASSO (SVIZZERA)

201610_consarcdi Alessandra Calò
Apertura: domenica 16 ottobre 2016, ore 11.00
Orari: MA-VE 9-12 14-18.30 SA 9-12
Chiuso DO LU e festivi
Chiusura: sabato 26 novembre 2016
Cons ARC – Via Gruetli 1, CH-6830 CHIASSO – Switzerland
T. +4191 6837949 – galleria@consarc.ch

In questa occasione la Galleria Cons ARC ospita Fotoscopia, il lavoro di Alessandra Calò. L’autrice ricerca e riutilizza materiale d’archivio per ideare, seguire e realizzare opere contemporanee che realizza e presenta in modo assolutamente originale stampate su vetro e, per questa mostra, stampate anche su carta.
Le immagini degli archivi fotografici utilizzati, le topografie, le tac, gli screening mammografici, le coronografie provengono tutte dall’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. L’opera è nata per il 50°anniversario di questo luogo di cura ed esposta in una sala della casa-museo Galleria Parmeggiani, durante Fotografia Europea 2015.
Un libro d’artista con lo stesso titolo è stato ideato da Alessandra Calò insieme alla scrittrice Irene Russo ed edito in 100 copie numerate e firmate.
In contemporanea una installazione di Alessandra Calò, dal titolo Secret Garden, è presente nella collettiva “On Photography” curata dalla CONS ARC / GALLERIA e ospitata nello spazio OnArte di Minusio che inaugura il giorno prima, 15.10.2016 alle ore 17.00.
http://www.onarte.ch

Fotoscopia – personale di Alessandra Calò alla Galleria Cons Arc di Chiasso
Testo di GianFranco Ragno

Negli anni Venti, in una frequente pubblicità che compariva su tutti i giornali europei ancora poveri di inserzioni così elaborate – e si trattava forse della prima réclame globalizzata – si potevano osservare una serie di disegni raffiguranti una lieve e agile donna con un vestito bianco e nero a strisce mentre scivolava accanto a bambini e famiglie felici – e, con altrettanta eleganza, teneva in mano un apparecchio fotografico: era una Kodak, – o meglio, allora un Kodak perché si usava il maschile – e lei era “Kodak-girl”.
Il testo però intimava: “Se non prendete delle istantanee delle vacanze cosa rimarrà fra cinque anni? I momenti felici passano!” – decretando e delegando alla donna la costruzione della memoria famigliare.
Ho pensato a questa immagini quando ho visto per la prima volta i lavori di Alessandra Calò – le cui fonti sono spesso immagini di un archivio privato, modesti prodotti iconografici, resi nobili dall’intervento grafico e compositivo dell’artista emiliana d’adozione; quella memoria visiva di minore pregio, ormai fuori dai commerci e fuori quasi da una narrazione diretta, facilmente perduta: più fragile diremmo della sua stessa consistenza fisica – materiali prodotti magari – chissà – sotto l’ispirazione della “Kodak girl” citata.
L’operazione dell’artista non è però una semplice riproposizione dei fatti: Alessandra compie infatti un lento lavoro di sublimazione, di proiezione, sovrapposizione in forme nuove e mutevoli (immagini, video e istallazioni)
In Galleria a Chiasso troviamo, oltre le immagini a muro, anche delle stampe retroilluminate tratte dal nuovo e articolato progetto Fotoscopia: le immagini – più eterogenee rispetto al passato, comprendendo anche le fotografie mediche – provengono appunto dall’archivio dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia – dove l’artista ha condotto un profonda indagine conoscitiva. Qui – nel progetto – le sovrapposizioni offrono delle proposte visive inedite grazie ai segni e frammenti dell’iconografia medica, e lo stesso originale libro d’artista, prodotto in pochi esemplari, prende la forma e l’ispirazione di un faldone, contenente materiale eterogeneo.
Altri noti artisti contemporanei si sono affacciati al tema della memoria e dell’indagine intorno agli archivi (penso a Sophie Calle, e soprattutto a Christian Boltanski), ma a differenza di quest’ultimi, Calò appare meno cupa, rifiutando la scabra estetica di impronta concettuale: preferisce ridare alla fonte visiva nobiltà anche attraverso un rinnovato statuto estetico e artistico non secondario. Come se fosse l’archivista di storie di una biblioteca barocca, una sorta di ipotetica biblioteca dell’Abbazia di San Gallo, e, al tempo stesso, la sua gelosa custode.

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